Il sito

 
Breve storia dell'area industriale di Scarlino

L'insediamento industriale di Scarlino (GR) risale all'inizio degli anni '60. Lo sviluppo dell'area industriale fu legato alla realizzazione del processo chimico - siderurgico di sfruttamento integrale delle piriti delle Colline Metallifere, progettata verso la fine degli anni '50, come verticalizzazione dell'attività estrattiva del minerale di pirite, avviata nel 1960-1962 ad opera della Società Montecatini. Lo scopo di tale iniziativa era legato allo sfruttamento integrale del minerale di pirite, cioè quello di produrre, da un lato, acido solforico da utilizzare "in situ" per alimentare un impianto di biossido di titanio e dall'altra, "pellets" di ossido di ferro, mediante la lavorazione delle ceneri di pirite, da destinare alla vicina industria siderurgica individuata nel complesso industriale della Acciaierie di Piombino (LI). Il surplus di acido solforico era invece destinato al mercato nazionale, alimentato per lo più da impianti obsoleti che dovevano essere rinnovati.
Dal 1969/70 si sono poi susseguiti differenti assetti societari e di proprietà, in primo luogo la fusione tra Montecatini ed Edison (Montedison) dove confluirono sia le attività minerarie che lo Stabilimento, passate poi dalla stessa, nel 1973, all'Ente Statale EGAM; nell'ambito EGAM fu costruita una specifica Società "Solmine" alla quale furono affidati il patrimonio e la gestione del complesso minerario e chimico. Montedison verticalizzò a sua volta la produzione dello stabilimento quando la Società Italiana di Biossido di Titanio (SIBIT), sempre del Gruppo Montedison costruì, all'interno dell'area industriale di Scarlino, un nuovo stabilimento per la produzione di biossido di titanio che cedette successivamente (1984) alla Tioxide Europe S.r.l. (oggi Huntsman Tioxide). Il ciclo di produzione integrato ha operato con assoluta continuità per oltre vent'anni, soddisfacendo completamente al fabbisogno del mercato nazionale di acido solforico e assicurando una percentuale di rilievo del fabbisogno nazionale di ossidi di ferro. Il complesso era in grado di produrre circa 710 mila tonnellate di acido solforico all'anno, 60 mila tonnellate di "oleum", circa 350 mila tonnellate di "pellets" di ossido di ferro e più di 150 milioni di chilowattora di energia elettrica, in parte riutilizzati nei processi di lavorazione ed in parte ceduti alla rete nazionale.
La crisi della produzione dei "pellets" di ossido di ferro è iniziata verso la metà degli anni '70 in conseguenza alla prima grande crisi petrolifera che, determinando un cospicuo aumento del prezzo dell'energia, ha di fatto determinato le condizioni di diseconomia dell'impianto e di tutte le produzioni ad alto consumo energetico, come quella in oggetto. La profonda crisi che ha colpito poi il comparto siderurgico ha definitivamente causato la cessazione dell'attività di produzione dei "pellets" di ossido di ferro, a metà degli anni '80. nel 1987 la Solmine passò sotto il controllo del Gruppo Eni che nello stesso anno ne modificò la denominazione in Nuova Solmine. L'Eni dopo aver ristrutturato la Società e lo stabilimento eliminando il settore minerario e passando dalla produzione di acido solforico da arrostimento della pirite ad acido solforico da combustione di zolfo (1995), ha provveduto alla privatizzazione (1997) portando la Nuova Solmine S.p.a. ad essere interamente assorbita dal gruppo SolMar S.p.a.
Questo ha portato all'acquisizione da parte di Eni Ambiente S.p.a. dei laboratori di analisi, degli impianti dimessi delle vecchie linee di produzione a pirite, compreso l'impianto di trattamento acque di scarico e di 1/3 del fabbricato della centrale termoelettrica. Nel 1997 furono iniziati importanti lavori di ristrutturazione, con l'adattamento dei suddetti forni a letto fluido per il recupero energetico da rifiuti solidi non pericolosi e biomasse, con l'installazione di un nuovo generatore. Dal 2001 al 2004 l'impianto di cogenerazione ha prodotto energia elettrica utilizzando CDR (combustibile derivato da rifiuti) e biomasse di varia natura. Nel 2005 la Eni Ambiente S.p.a. fu inglobata nella Syndial S.p.a.  (sempre Gruppo Eni) e nel 2007 la proprietà e la gestione del cogeneratore fu trasferita all'attuale società Scarlino Energia S.p.a. che ha sospeso l'esercizio per consentire ulteriori interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione, apportando notevoli migliorie all'impianto utilizzando le più moderne tecnologie disponibili. Con la riapertura delle attività a fine 2008, in base all'allora Autorizzazione Integrata Ambientale, si utilizzarono come combustibile esclusivamente biomasse. A partire dal 2010 l'impianto ha ottenuto le autorizzazioni per impiegare il CDR-CSS.

 
Le specifiche del sito

Latitudine    N   42° 55' 19"
Longitudine  E   10° 47' 51"
Il complesso industriale della zona del "Casone" nel Comune di Scarlino, dove è inserito l'impianto, costituisce la più forte concentrazione produttiva dell'intera provincia di Grosseto, in quanto comprende le attività delle società Scarlino Energia, Nuova Solmine e Venator (uffici, fabbricati industriali ed impianti) ed è collocato nella piana scarlinese, in un'area di circa 300 ettari complessivi, delimitata a Ovest dall'asta fluviale del pecora, a Est dal canale Allacciante, a Nord Est  dalla Strada Provinciale 106 del Cassarello e confinante a Sud Ovest con il Padule. L'area industriale, che si estende fino al mare, è servita da un raccordo ferroviario, da un pontile di attracco indipendente per le navi ed è allacciata alla rete elettrica nazionale (130.000 V).
Gli stabilimenti di Scarlino Energia e di Nuova Solmine, che sono inseriti in un'unica recinzione, anche se operativamente ben distinti, occupano un'area complessiva di circa 100 ettari e presentano uno schema distributivo delle attrezzature e dei servizi, di tipo estensivo con ampi lotti non edificati, comunque curati e tenuti a verde, con ampi giardini separati da strade interne ben pavimentate e già dotate di sistema fognario. L'area di proprietà di Scarlino Energia S.p.A. è di circa 20 ettari, mentre l'area su cui insiste l'impianto occupa una superficie di circa 2 ettari, comprensivi delle aree di stoccaggio dei combustibili, dei magazzini, dei laboratori e degli uffici direzionali.
Le aree circostanti al sito sono ad uso agricolo e/o artigianale; le zone abitative e turistiche sono a circa 5 km (abitato di Scarlino) e circa 3 km (abitato di Follonica).  La presenza di attività industriali nel sito è segnalata dalle ciminiere che sono molto visibili: la più alta di queste, quella di Tioxide raggiunge i 160 - 170 metri sul piano di campagna mentre i due camini  di servizio alla centrale termoelettrica di Scarlino Energia sono alti 50 metri.
Dal punto di vista urbanistico il sito, con riferimento allo strumento del Piano Strutturale vigente del Comune di Scarlino, è classificato come zona DF1 (Area Industriale Casone) con le seguenti indicazioni (foglio e mappale): Foglio n. 8  Mappale: 39 e 170; Foglio n. 17 Mappale: 123, 124, 145, 147, 148, 149, 151, 152, 156, 163, 164, 165, 166, 168, 169, 170, 171, 172, 173, 177, 178, 179 e 180.
Sull'area dell'insediamento è presente il vincolo idrogeologico di cui alla Legge "Sarno". In riferimento alla zonizzazione territoriale, dal punto di vista acustico il sito è classificato in Classe VI - Aree esclusivamente industriali - con i limiti, diurno e notturno, coincidenti in 70 dB(A).