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Mafia e rifiuti: la DIA indica i 4 problemi chiave

La filiera di gestione, gli impianti di smaltimento, le discariche, i ribassi delle gare: ecco su cosa occorre intervenire secondo l’ultimo rapporto della Direzione Investigativa Antimafia

di Alfredo De Girolamo

L’ultimo Rapporto semestrale (primi sei mesi 2019) della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) dedica un capitolo specifico a “Mafia e Rifiuti”. Le indagini dell’Antimafia hanno sempre segnalato una forte connessione fra le organizzazioni criminali nazionali e i reati ambientali, soprattutto nel settore dei rifiuti. Ma questa volta la DIA fa un passo in avanti, di estrema importanza.

Oltre a ricordare la quantità di indagini svolte nel semestre sull’argomento, ci fornisce un’analisi dei presupposti del fenomeno, del “brodo di coltura” strutturale in cui le organizzazioni mafiose prosperano. Per questo il Rapporto è una lettura di estremo interesse per i decisori politici nazionali, regionali e locali: il messaggio della DIA è chiaro, occorre rimuovere alle basi le attività illecite, togliere, appunto, il “brodo di coltura”, oltre che reprimere i reati.

Quali sono questi elementi strutturali? La DIA ne identifica alcuni, con molta lucidità e competenza tecnica ed analitica.

Primo problema: la filiera di gestione dei rifiuti (urbani e speciali). Troppo complessa e lunga, e all’interno di questa è inevitabile che si annidino facilmente interessi mafiosi: dopo i produttori troviamo trasportatori, laboratori di analisi, intermediari, stoccaggi (più di uno), impianti intermedi di pretrattamento (a volte miscelazione poco chiara, impianti finali, export fuori regione o fuori Italia).

Accorciare la filiera diventa a questo punto una necessità legale, oltre che ambientale e di costo. Una scelta che si scontra con la diffusa volontà della politica locale di non volere localizzare impianti finali, scegliendo strade “a filiera lunga”, come ha fatto il Lazio (Roma) e la Campania (Napoli) e rischiano di fare altre regioni. Si fanno tmb e poi la filiera si allunga chissà dove, con interessi ed intermediazioni poco chiare.

Secondo problema: l’Italia non ha impianti di smaltimento e trattamento sufficienti, adeguati e distribuiti in modo omogeneo sul territori nazionale. Mancano compostaggi e digestori anaerobici, piattaforme, termovalorizzatori, discariche per rifiuti pericolosi, anche volumi in discarica.

L’emergenza è dunque strutturale, per un semplice deficit di offerta impiantistica rispetto alla domanda, con impianti che diminuiscono (alcuni vengono chiusi senza motivo) e la produzione di rifiuti che aumenta come nell’ultimo anno. All’interno della evidente o potenziale emergenza le organizzazioni criminali vanno a nozze: l’offerta di servizi illegali trova terreno fertile in stoccaggi pieni, mancanza di sbocchi, prezzi di accesso sempre più alti, produttori di rifiuti che non sanno come risolvere i loro problemi. Da qui gli incendi e gli smaltimenti illegali.

La DIA è chiarissima su questo punto: la mancanza di impianti è la causa della criminalità nel settore. Un richiamo forte ai decisori politici, che continuano a non vedere questo problema, a sognare “rifiuti zero” ed un’idea di economia circolare “senza impianti”, con rifiuti che evaporano nel mercato. Quello della DIA è un bagno di realtà: vanno fatti gli impianti per motivi ambientali, economici, ma anche di legalità. Non farli significa prendersi una responsabilità anche su questo piano.

Terzo problema: gare al massimo ribasso per singolo comune favoriscono in molte aree del Paese offerte di operatori opachi, se non direttamente collegati con la criminalità, che acquisiscono così una posizione forte nel mercato dei rifiuti gestendo non solo le fasi di raccolta, ma anche la complessa filiera che segue.

Definire Ambiti territoriali ottimali, con gare europee chiare e trasparenti, servizi integrati e complessi, legati all’impiantistica locale, possono scongiurare le infiltrazioni mafiose in questa fase del sistema.

Quarto problema: la discarica risulta con evidenza il tipo di impianto preferito dalle organizzazioni criminali, per il basso investimento e l’elevato ritorno economico, ed il collegamento con il settore del movimento terra e delle cave.

Ridurre la discarica al minimo, come chiede la nuova Direttiva europea (massimo 10% nei rifiuti urbani) è un altro ottimo modo per togliere spazio alle organizzazioni mafiose, poco interessate a finanziare e gestire impianti complessi come digestori anaerobici e termovalorizzatori.

Il Rapporto della DIA è un’analisi efficace, lucida, chiara, basata sui fatti. La migliore premessa per quella nuova strategia nazionale sui rifiuti da tutti richiesta da tempo e per adesso ferma nei cassetti nel ministero dell’Ambiente.

[fonte: ilsole24ore.com]